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martedì 3 gennaio 2012

Trieste Un Batiscafo Da Record

Trieste Un Batiscafo Da Record 

Attraverso materiale d'archivio e interviste originali, ripercorriamo la storia di Jacques Piccard e Don Walsh, e del loro batiscafo Trieste utilizzato per raggiungere il punto piu' profondo degli oceani.

INFOWEB

Il Trieste è stato un batiscafo equipaggiato per resistere alle enormi pressioni delle profondità marine in grado di contenere un equipaggio di due persone. Il 23 gennaio 1960 fece il record finora imbattuto di profondità raggiunta con una discesa a 10.902 metri nel punto più profondo del pianeta: la fossa delle Marianne. Questa esperienza non fu mai più ripetuta con la presenza di un equipaggio all'interno di un batiscafo, dal momento che gli unici due sommergibili che hanno ripetuto l'impresa del Trieste (Kaiko tra il 1995 e il 1998 e Nereus nel 2009) erano privi di equipaggio.

Struttura
Il Trieste fu progettato dallo scienziato svizzero Auguste Piccard, che applicò gli studi ed i suoi esperimenti con il pallone stratosferico, per la costruzione del batiscafo. In seguito (nel 1958) il Trieste venne acquistato dalla U.S. Navy per 250.000 $.
Il batiscafo era costituito fondamentalmente da una camera riempita di benzina per permettere il galleggiamento del Trieste e da una sfera a pressione costante separata dal resto della struttura. Questa struttura rivoluzionò il metodo di immersione: mentre prima una sfera era calata in acqua da una nave, rimanendo sempre collegata ad essa tramite un cavo, il Trieste era in grado di muoversi liberamente, senza essere collegato in alcun modo alla nave durante l'immersione.
Il Trieste era lungo più di 15 m, ma buona parte della sua grandezza era dovuta alla presenza di una serie di galleggianti riempiti con 85 m³ di benzina e di compensatori riempiti d'aria. L'equipaggio doveva stare nella sfera di 2,16 m, attaccata al fondo della struttura, per raggiungere la quale era necessario attraversare un tunnel che passava attraverso il galleggiante.
Principali caratteristiche del Trieste
La sfera in cui si trovava l'equipaggio era accessoriata per permettere la vita dei due all'interno completamente indipendente tanto dalla nave in superficie quanto dal resto della struttura. Con un sistema a circuito chiuso simile a quello utilizzato nelle navicelle spaziali, l'aria entrava nella sfera da cilindri in pressione e l'anidride carbonica veniva eliminata passando attraverso scatole metalliche a calce sodata. Il sistema era alimentato da batterie.
La sfera fu costruita dalla Società delle Fucine a Terni, in Italia. Fu costruita in due pezzi (semisfere) forgiati e temprati in olio. Per sostenere la pressione di 110 MPa (1,25 tonnellate per cm²) calcolata nella parte inferiore, le pareti della sfera furono costruite di 12,7 cm (lo spessore fu aumentato in modo da permettere alla sfera di sopportare pressioni anche superiori a quelle previste). La sfera pesava 13 tonnellate. Il galleggiante era necessario perché era impossibile progettare una sfera abbastanza grande per mantenere una pressione sopportabile per un uomo ed allo stesso tempo con delle pareti abbastanza sottili da permetterne il naturale galleggiamento. Fu scelta la benzina come liquido per riempire i galleggianti perché è meno densa dell'acqua e mantiene le sue caratteristiche di incomprimibilità anche a pressioni elevate.
Lo scafo fu invece costruito nel cantiere navale di Monfalcone dei Cantieri Riuniti dell'Adriatico di Trieste, verso la fine del 1952. La sfera fu quindi fissata allo scafo nel cantiere navale di Castellammare di Stabia (NA), e la prima immersione avvenne il 16 agosto 1953 nelle acque di Capri. La prima vera immersione avvenne il 30 settembre 1953,dalle ore 08.18 alle ore 10.40,a 3150 metri nella fossa del Tirreno al largo dell'isola di Ponza.
L'unico contatto visivo con l'esterno era reso possibile da un singolo blocco a forma di cono di plexiglas, unico materiale trasparente che potesse sopportare pressioni così elevate. L'illuminazione esterna fu resa possibile con delle speciali lampadine al quarzo, in grado di resistere a pressioni superiori alle 1000 atmosfere senza subire modificazioni.
Nove tonnellate di pellet in ferro fungevano da zavorra poiché le pressioni estreme non avrebbero permesso l'immissione di aria nelle eventuali zavorre. Questa zavorra di ferro era liberata tramite elettromagneti, in modo tale da permettere al Trieste di risalire immediatamente in superficie in caso di guasto all'impianto elettrico.

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